"Rubo" un post a Dangp, sperando che non se ne abbia a male.
Per cortesia, seguite tutti il video che è stato postato, perchè, per quanto si possa rimandare il problema, la malattia è un argomento che tocca tutti da vicino e non è un vivere civile ignorare i disagi di chi già deve combattere contro la natura senza avere aiuto.
Perchè le singole volontà, per quanto buone, non bastano.
Eccolo qui
22 ottobre 2009
13 ottobre 2009
Un gesto piccolissimo
Stampo un file in un centro specializzato, pago.
Una voce gentile, uno sguardo solidale, una mano che allunga un resto assieme ad una battuta innocente sul fatto che sono tutti spiccioletti. Sorrisi. Buona educazione.
Mi sento alleggerita, per un attimo, e mi torna la voglia di sorridere.
Banalità. Cose insignificanti. Il bello della normalità.
PS:nella foto, il primo fiore della mia pianta di limoni "da terrazzo", che risale ad un mesetto fa e mi ha dato tanta gioia.
11 ottobre 2009
Mutande contenitive
A volte uno scrive anche come terapia antistress…
Di umore buono ma pericoloso per il portafogli, vado in giro per negozi in cerca di uno “straccetto” per una occasione importante.
Dopo qualche tentativo infruttuoso in un paio di negozi monomarca, entro nella boutique dove, a suo tempo, comprai il vestito per il concerto in Vietnam.
Tre donne mi catturano e trascinano in un vortice di stoffe, fogge e forme, ciascuna con il proprio stile: la proprietaria, che non contraddice mai il cliente (anche perché abituata a donne di una certa età); la ragazza indaffarata, gentile ma distante; l’altra, condiscendente ma non consapevole al cento per cento delle parole che pronuncia.
Ebbene, mi abbigliano, mi ornano di gioielli, mi annodano foulard, mi infilano scarpe, mi appendono borse (immaginate la fata di Cenerentola moltiplicata per tre), mentre il registratore della mia cassa personale suona mentalmente tanti “dilìn dilìn dilindindìn” e tanti “tratàn”, al cadere dei gettoni e al girare delle manovelle di apertura dello sportellino. Quando, ormai, al posto delle pupille compare il simbolo dell’euro che segna il game over, una frase mi sveglia dal sogno davanti alla immagine di una me estranea, proveniente da un altro mondo, forse Hollywood?, riflessa in uno specchio.
-Qui basta una di quelle mutande contenitive e risolviamo il problema del fianco… ha presente?, una di quelle elastiche…
Contenitiva… a me?!
Ho indosso una gonna di maglina color panna, corta al ginocchio, che mette in risalto un po’ di curve femminili, una camicia di seta, un cinturone in tinta con borsa dal profumo inebriante della pelle, sabot a punta e spolverino abbinato in cachemire e volants, compresa una collana dalla foggia discutibile. Tutto è accaduto in pochissimi secondi! Ci vogliono le qualità…
Guardo la terza donna, secca secca, fisico tonico ma piena di rughe d’espressione.
Già s’era sbagliata sulle taglie e ho fatto finta di niente.
-Vabbè, va, facciamo il conto…-
Ma siamo ben oltre.
Molto oltre.
Troppo oltre.
Esageratamente oltre il consentito.
-Tornerò con la mia mamma.- dico prima di scappare a gambe levate.
Di umore buono ma pericoloso per il portafogli, vado in giro per negozi in cerca di uno “straccetto” per una occasione importante.
Dopo qualche tentativo infruttuoso in un paio di negozi monomarca, entro nella boutique dove, a suo tempo, comprai il vestito per il concerto in Vietnam.
Tre donne mi catturano e trascinano in un vortice di stoffe, fogge e forme, ciascuna con il proprio stile: la proprietaria, che non contraddice mai il cliente (anche perché abituata a donne di una certa età); la ragazza indaffarata, gentile ma distante; l’altra, condiscendente ma non consapevole al cento per cento delle parole che pronuncia.
Ebbene, mi abbigliano, mi ornano di gioielli, mi annodano foulard, mi infilano scarpe, mi appendono borse (immaginate la fata di Cenerentola moltiplicata per tre), mentre il registratore della mia cassa personale suona mentalmente tanti “dilìn dilìn dilindindìn” e tanti “tratàn”, al cadere dei gettoni e al girare delle manovelle di apertura dello sportellino. Quando, ormai, al posto delle pupille compare il simbolo dell’euro che segna il game over, una frase mi sveglia dal sogno davanti alla immagine di una me estranea, proveniente da un altro mondo, forse Hollywood?, riflessa in uno specchio.
-Qui basta una di quelle mutande contenitive e risolviamo il problema del fianco… ha presente?, una di quelle elastiche…
Contenitiva… a me?!
Ho indosso una gonna di maglina color panna, corta al ginocchio, che mette in risalto un po’ di curve femminili, una camicia di seta, un cinturone in tinta con borsa dal profumo inebriante della pelle, sabot a punta e spolverino abbinato in cachemire e volants, compresa una collana dalla foggia discutibile. Tutto è accaduto in pochissimi secondi! Ci vogliono le qualità…
Guardo la terza donna, secca secca, fisico tonico ma piena di rughe d’espressione.
Già s’era sbagliata sulle taglie e ho fatto finta di niente.
-Vabbè, va, facciamo il conto…-
Ma siamo ben oltre.
Molto oltre.
Troppo oltre.
Esageratamente oltre il consentito.
-Tornerò con la mia mamma.- dico prima di scappare a gambe levate.
06 ottobre 2009
Tizi da quattro soldi
Lo incrocio al bar di una pompa di benzina.
Là per là non gli do peso. Sì, ha un aspetto strano e un modo di fare nevrotico, è secco secco, bassino, dà l’impressione di non essere troppo pulito e il suo aspetto generale è alquanto trasandato, ma da quando è l’abito a fare il monaco?
Traffica tra il bancone e un’auto vecchia, che pare rispecchiarlo pedissequamente, parcheggiata proprio davanti alla porta, portando a turno bicchieri di plastica ricolmi di caffè appena fatto, bottigline d’acqua minerale e cose del genere e, mentre mi affaccio dalla porta che da sul mare per osservare il terrazzino che mi è stato indicato, mi lancia un’occhiata che non sono capace di decifrare, ma che certamente non gradisco.
Non dipende dal suo aspetto esteriore: c’è qualcosa in lui che me lo rende odioso d’istinto.
Poi, usciamo dal bar per tornare all’auto e mi giungono all’orecchio, involontari, brandelli di una conversazione strana.
L’uomo è alla guida e l’auto è carica di donne dell’est che parlano italiano con pesanti accenti. Lui le zittisce dicendo che comprerà un’auto per loro e riparte di gran carriera lasciando l’area di sosta con echi che mi fanno rabbrividire.
E’ un protettore? Probabile.
Ma la legge dice che si può intervenire solo se si colgono in flagranza di reato prostitute e clienti.
Là per là non gli do peso. Sì, ha un aspetto strano e un modo di fare nevrotico, è secco secco, bassino, dà l’impressione di non essere troppo pulito e il suo aspetto generale è alquanto trasandato, ma da quando è l’abito a fare il monaco?
Traffica tra il bancone e un’auto vecchia, che pare rispecchiarlo pedissequamente, parcheggiata proprio davanti alla porta, portando a turno bicchieri di plastica ricolmi di caffè appena fatto, bottigline d’acqua minerale e cose del genere e, mentre mi affaccio dalla porta che da sul mare per osservare il terrazzino che mi è stato indicato, mi lancia un’occhiata che non sono capace di decifrare, ma che certamente non gradisco.
Non dipende dal suo aspetto esteriore: c’è qualcosa in lui che me lo rende odioso d’istinto.
Poi, usciamo dal bar per tornare all’auto e mi giungono all’orecchio, involontari, brandelli di una conversazione strana.
L’uomo è alla guida e l’auto è carica di donne dell’est che parlano italiano con pesanti accenti. Lui le zittisce dicendo che comprerà un’auto per loro e riparte di gran carriera lasciando l’area di sosta con echi che mi fanno rabbrividire.
E’ un protettore? Probabile.
Ma la legge dice che si può intervenire solo se si colgono in flagranza di reato prostitute e clienti.
29 settembre 2009
Una fuga nel Sannio - seconda puntata
Mentre avanzo, con la mia macchinetta digitale che ha ripreso a farmi compagnia negli ultimi giorni, lungo il corridoio, stretto tra palazzi antichi e moderni, il sibilo di un vento, che non mi pareva soffiasse prima, va nella mia stessa direzione…
Lungo l’acciottolato, passo dopo passo, in un raro momento di fortuna in cui mi ritrovo da sola (gli altri turisti persi chissà dove), nel silenzio dell’ora di pranzo, il sibilo si confonde col respiro e si infila nei vuoti dei miei orecchini producendo un suono sinistro e conosciuto assieme.
Per un attimo un brivido freddo mi percorre la schiena.
Benevento è anche la città delle streghe.
Odo il tintinnare di campanelli e sobbalzo, ma si tratta solo di uno di quei gadget di benvenuto che si applicano sulle porte, che pare salutare dalle finestre di un locale, guarda caso, intitolato alle streghe.
Il corridoio finisce, e anche il vento dura per il tempo che resto allineata con l’asse del fornice: l’arco è lì, davanti a me.
Siamo soli, io e lui, ed è una meraviglia che non vi posso descrivere.
Questa la cosa straordinaria, cosa credevate?
Andateci, vi prego.
28 settembre 2009
Una fuga nel Sannio - prima puntata
La giornata ci è stata propizia e Benevento, che non conoscevo affatto, è una città che merita almeno un paio di giorni intensi per conoscere le tante testimonianze di un passato gloriosissimo e, soprattutto, molto antico che, partendo da greci e sanniti, romani e longobardi fino alle dominazioni pontificie, napoleoniche e agli ultimi secoli di storia ha lasciato delle tracce notevoli per interesse storico e artistico, al pari delle altre grandi protagoniste della nostra penisola.
Nello scorrere la guida da bravi turisti, ci stupiamo di tutti i nomi dei più grandi personaggi, ormai, consegnati alla leggenda: dal longobardo principe Arechi a Corradino e Manfredi di Svevia agli Angioini a ben quattro papi, tra i quali il cardinale Orsini, che tanta parte ha avuto nella ricostruzione della città a seguito della terribile ondata di peste della metà del ‘600 e del terremoto catastrofico del 1688, in cui, in prima persona, organizza i piani di ricostruzione e i soccorsi. Poi, i Borboni che regnavano a Napoli e, di nuovo, i papi. Quindi, la dominazione francese e, poi, il regno d’Italia.
So di aver sintetizzato all’inverosimile, ma più di tutto, Benevento è una città che va percorsa, perché ad ogni angolo si trovano le suggestioni di un passato che afferma prepotentemente la sua presenza viva. E, così, un teatro romano perfettamente “funzionante” dialoga con una sede moderna dell’università, mentre un piccolo teatro ottocentesco e palazzi dalle origini diverse si aprono a far posto alla chiesetta di Santa Sofia, di lontana memoria longobarda, con la sua pianta centrale, con l’atmosfera rarefatta della luce spezzata dal ritmo delle sue colonne e della pietra buia, col suo chiostro verde come un respiro, alle spalle dell’abside trilobato.
E poi, proprio mentre vi state chiedendo dove sia, girate la testa e lo scorgete alla fine di un breve viale, punto di fuga tra città e campagna: l’arco di Traiano, nella sua silenziosa immobilità regale, coi toni di grigio millenari.
Ed è proprio qui che succede una cosa straordinaria...
(Continua...)
10 settembre 2009
Una partita a calcio
Alcuni bambini di età variabile tra gli otto e i dodici anni si sono divisi in due squadre e, correndo sotto al sole di mezzogiorno con i piccoli toraci abbronzati madidi di sudore, inseguono una palla, le gambe veloci e scattanti. Mi piace osservare i loro gesti puliti e corretti.
Qualcuno viene travolto dalla foga di un avversario e casca, ma subito si rimette in piedi con l’aiuto di chi lo ha buttato a terra, che ritorna, per una frazione di secondo, il compagno di giochi di sempre. Pacca sulla spalla e via a riprendere il gioco.
Niente urla, solo incitamenti. I più piccoli sono agguerriti tanto quanto i grandi.
Giro intorno al campo per infilarmi nell’ingresso secondario di un supermercato mentre la palla, dopo un lungo volo parabolico, finisce al di qua della rete di protezione.
Un altro bambino la raccoglie e la trattiene tra le mani per qualche attimo.
Ha la pelle olivastra ed una intensa espressione di desiderio sul viso. Quanto gli piacerebbe essere al di là della rete con quei ragazzini appena un po’ più grandi e condividere qualche momento di cameratesca solidarietà maschile, di quel tipo che nasce nel gioco e ti porti avanti per sempre con gli amici d’infanzia.
Lo sento distintamente quel desiderio.
Dura poco: più volte, un gruppo di adulti lo esorta in un’altra lingua a restituire la palla e lui, a malincuore, respinge l’oggetto con tutte e due la mani, ma scommetto di sapere perfettamente come si senta.
Straniero tra sconosciuti che a quell’età lì hanno solo desideri semplici, tutti uguali indipendentemente dalla razza.
Qualcuno viene travolto dalla foga di un avversario e casca, ma subito si rimette in piedi con l’aiuto di chi lo ha buttato a terra, che ritorna, per una frazione di secondo, il compagno di giochi di sempre. Pacca sulla spalla e via a riprendere il gioco.
Niente urla, solo incitamenti. I più piccoli sono agguerriti tanto quanto i grandi.
Giro intorno al campo per infilarmi nell’ingresso secondario di un supermercato mentre la palla, dopo un lungo volo parabolico, finisce al di qua della rete di protezione.
Un altro bambino la raccoglie e la trattiene tra le mani per qualche attimo.
Ha la pelle olivastra ed una intensa espressione di desiderio sul viso. Quanto gli piacerebbe essere al di là della rete con quei ragazzini appena un po’ più grandi e condividere qualche momento di cameratesca solidarietà maschile, di quel tipo che nasce nel gioco e ti porti avanti per sempre con gli amici d’infanzia.
Lo sento distintamente quel desiderio.
Dura poco: più volte, un gruppo di adulti lo esorta in un’altra lingua a restituire la palla e lui, a malincuore, respinge l’oggetto con tutte e due la mani, ma scommetto di sapere perfettamente come si senta.
Straniero tra sconosciuti che a quell’età lì hanno solo desideri semplici, tutti uguali indipendentemente dalla razza.
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