12 gennaio 2012

Un bel libro

Confesso che non me lo aspettavo, mentre sceglievo tre libri a caso durante una sosta un poco forzata da Feltrinelli, una sera in cui avrei desiderato fare tutt’altro.
La lettura, però, e questo lo sapevo fin da bambina, è un ottimo rimedio a tanti mali e suggerisce inaspettatamente, il più delle volte, anche risposte opportune.
Questo “Rossovermiglio” di Benedetta Cibrario è stata una rivelazione nel mare di delusioni letterarie degli ultimi anni, persi talora a rincorrere inutilmente alcune novità urlate, per poi tornare alle certezze dei classici, con qualche incursione in certa letteratura americana che non conoscevo.
Mi piace la voce di questa donna che ne è protagonista.
Direte che è un libro: come si fa a udire una voce? Eppure…
E, poi, mi piace lo stile e l’eleganza della scrittura: non una sbavatura, non un eccesso, non un aggettivo di troppo. Pulito. E mi piace la costruzione della storia, l’oscillare tra passato e presente: non semplici flashback, ma percorsi paralleli che sembrerebbero casuali e, invece, portano a dipanare una matassa alla volta.
E’ un romanzo con una struttura precisa, non frutto del caso e suggerisce, al di là di tutto,di essere stato ispirato e scritto da una persona colta.
La storia non ve la racconto, dico solo che parla di una donna e di due uomini. Tre personaggi un po’ vigliacchi, un po’ coraggiosi, un po’ orgogliosi, un po’ infantili, un po’ incompresi, un po’ irrisolti, senza bisogno di scomodare la psicanalisi. Tutti appartenenti ad un mondo in via d’estinzione, quello della nobiltà e dei balli, delle cerimonie e dei privilegi mentre due guerre smantellano le convenzioni sociali e sottraggono loro i piedistalli dall’alto dei quali sfiorano la vita.
Parla di una fuga e di una scelta che nel tempo si rivelerà sbagliata, ma intanto c’è la vita in mezzo.
E, più di tutto, è un libro nel quale ho colto questo personale messaggio e, cioè, che fino a che si è avuta la percezione di una felicità, quantunque atipica, non ha senso tornare indietro a rimproverarsi, anche se la strada lasciata di corsa poteva essere migliore.

08 gennaio 2012

L'artista

Lui è un attore del cinema muto.
Occhi languidi, baffetto sottile, capelli tirati indietro con la brillantina sulla fronte ampia e il mento volitivo, fisico asciutto ed elegante nel frack.
Lei è una comparsa, pescata a caso come ballerina di charleston e, grazie ad un neo malizioso disegnato ad arte sul labbro destro, destinata alle promesse di un cinema che sta per conoscere il sonoro.
Lui è l’orgoglio della Hollywood che ancora non sa di essere al tramonto.
Lei è la nuova generazione che avanza, semplicemente e inesorabilmente, deliziosa, carica di buoni sentimenti e di irruenza giovanile.
Lo scontro è inevitabile.
Sullo sfondo i metodi del cinema muto: le musiche ancora orchestrali, le atmosfere da piumini da cipria dello scorcio degli anni ’20, l’eleganza di certi sguardi bassi e obliqui, le espressioni del volto esagerate per raccontare, più ancora che per esprimere, i delicati stati d’animo dei personaggi.
Un mondo che non esiste più ma che nei ricordi di alcuni è ancora vivo.
E poi il bianco e nero di un tempo che non è il presente, ma non è più neppure il passato, magari è il tempo delle favole, e lo sguardo critico, colto e privo di pedanteria del regista, che cita senza copiare, nel raccontare un vero e proprio dramma esistenziale senza generare le atrocità del dramma, ma con leggerezza e delicatezza, a dimostrazione che il cinema non può e non deve solo essere ricerca di effetti speciali, colossal e scene truci per piacere e che i film più belli non necessariamente devono essere anche dei polpettoni e non necessariamente devono essere delle americanate autoreferenziali.
E, infatti, la produzione è francese.
Ma non gira nei circuiti di massa.
Se siete fortunati, cercatelo nelle piccole sale: va assolutamente visto e, secondo il mio modesto parere, è bellissimo.
Ah, ovviamente è muto!

09 novembre 2011

Novembre

Un tragitto verso casa in autunno ha sempre un sapore diverso. Mentre alberi e case sfilano veloci accanto, le mezze luci e il raggio lungo dell’autunno accompagnano i pensieri e colori rosso bruni catturano gli occhi tra il verde stanco delle foglie.
L’aria frizzantina del mattino, non fredda, i cieli tersi, puliti dall’umido della calura estiva protrattasi fin quasi ad oggi mi rassicurano coi ricordi lontani delle prime mattine di scuola, in grembiulino bianco e fiocco blu, che strappavo non appena rientrata in casa buttando all’aria la cartella.
La cartella…
Si userà ancora?
Ne ho visti di zaini con le rotelle come trolley carichi all’inverosimile di cose inutili, che spengono la fantasia e nemmeno insegnano un bel nulla.
Adoro questa stagione. Adoro le mie montagne.
E le castagne.
E la mia mamma che non c’è più e non è la stessa cosa ritornare a casa senza di lei, aprire la porta, sentire quell’odore, che poi è il suo e solo il suo, illudersi che sbuchi dalla prima porta a destra mentre la chiave gira nella toppa, quelle volte che ricordo di portarmela. Ma è tutta un’illusione. La porta era già aperta ancor prima che mettessi il piede sul pianerottolo, quando c’era lei.
L’ultimo giorno d’autunno sarà il più triste.
Apro il finestrino e lascio che l’aria fresca spazzi via la tristezza e quell’odore di chiuso dell’auto. Il paesaggio mi è familiare eppure, in questa stagione, svela sempre segreti inaspettati.
Colgo le cose belle oggi, il resto lo lascio agli altri.

15 ottobre 2011

Una voce dal passato (remoto) - Ultima puntata

Siamo allo specchio, dicevo. Sono sicura che per lui è lo stesso.
E’ tornato perché a volte, quando si lascia qualcosa in sospeso, ad un certo punto, ti richiama da lontano. E’ la voce dell’irrisolto, di ciò che ha avuto tutto il tempo di arricchirsi di un senso di colpa dettato dalla consapevolezza degli sbagli commessi, che hanno determinato una virata brusca nel corso non solo della propria vita ma anche di quella altrui, della persona inconsapevole che ci si è affidata e che si è finito con il manipolare, volontariamente o meno, forse perché c’erano a disposizione piatti troppo succulenti dai quali pescare il boccone del momento.
Scuoto la testa e parlo tra me e me a voce alta.
-Di nuovo sovrastrutture, ecco…
-Cosa?
-Ricado nell’errore contestato prima…Niente, pensavo a voce alta.
-Vita, sono tornato perché ti ho lasciato indietro nel mio passato e mi hai richiamato.
-E’ esattamente ciò che pensavo.
-Vorrei avere la possibilità di rimediare agli errori e recuperare un buon rapporto con te.
-Mi sembra onesto. Non mi chiedi l’impossibile. Si può fare.
Ci guardiamo negli occhi come scoprendoci per la prima volta e torno indietro a quel febbraio di sette anni fa, una sera limpida dopo un giorno di pioggia, quando ci siamo conosciuti.Poi, è andato tutto storto, ma nessuno dei due sa perché.
-Alle mie condizioni, però.
-Sono tutto orecchie.
-Devi smettere di pensare che ogni cosa che dico abbia un retro pensiero.
-Tutto qui?
-Ti pare poco? E’ questo l’unico motivo per il quale non ha funzionato!Solo così possiamo imparare a rispettarci. Tutto il resto non so. Non credo. Non è più il suo tempo.
-Ci sto.
A questo punto è tutto da vedere.

14 ottobre 2011

Una voce dal passato (remoto) - Quarta puntata

-E’ diverso, stavolta.
-Diverso in cosa?- chiedo pur conoscendo tutte le risposte. Siamo di nuovo allo specchio, dopo questi anni volati via in un niente.
-Tu hai fatto le tue esperienze, si è accorciata la distanza che c’era tra di noi.
-Tu ti sei sposato, però…ed io…
-…Con gli esiti che sai.
-..no, invece.
-Già, ma tutto il resto ha lo stesso peso. O no?
Anche di più, vorrei aggiungere, ma non è importante che lo racconti a lui.

Non fa parte della mia vita.
-Insomma, per quale motivo sei piombato qui? Una volta tanto, sii chiaro: di’ quello che ti ha spinto e cosa ti aspetti. Cerchiamo di essere adulti e di non offenderci, di parlare a cuore aperto e senza il timore di quello che siamo, senza le solite sovrastrutture che, è dimostrato, ci portano male. Alla mia età, non ho più paura di nulla e sento che non voglio spendere il mio tempo in stupide prese di posizione.
-Tu non ne hai mai avuta, se ben ricordo. Devo riconoscere che sono stato io, quello frenato, a scatenare i nostri comportamenti negativi.
-Vabbè. Ormai…
Lo dico pensando che di fronte a me c’è un uomo che, al di là della personale, disastrosa situazione presente, ho amato dolorosamente e per il quale adesso provo sentimenti contrastanti. Affetto, senso di rivalsa data la sua arroganza passata, tenerezza, senso di protezione e di nuovo affetto. Non amore.
Eccolo, il grande assente.
E come si fa, così, all’improvviso, a richiamare dal passato la forza e l’inconsistenza di ciò che mi ha fatto così male?

10 ottobre 2011

Una voce dal passato (remoto) - Terza puntata

Gli tsunami passano e anche quelli emotivi non fanno eccezione.
A volte, lasciano una scia di macerie, quando trovano costruzioni incerte e gente impreparata ad affrontarli; altre volte, a fronte di previsioni di onde anomale spropositate, si rivelano banali tempeste che durano lo spazio di poche ore e ti meravigliano per la forza di una natura che non può che avere del sublime.
E così, quello che per tanto tempo era stato per me l’Innominato Innominabile, rientra nei suoi panni meno letterari e leggendari e riscopro la persona piacevole che è, al di là della natura inquinata di certi rapporti, che, nati male, non possono che finire peggio, anche quando le due persone coinvolte avrebbero potuto, a giusta ragione, essere fatte esclusivamente l’una per l’altra.
… O, più che esclusivamente, potenzialmente l’una per l’altra.
…e chissà come sarebbe stato se…
-Se tu, invece, di fraintendermi sempre, fossi stato più tranquillo e avessi capito che ero proprio imbranata e che non giocavo a fare l’imbranata…
-Forse hai ragione. Credevo calcolassi tutto…
-Ma che tipo di donne hai frequentato nella tua vita?
-Lasciamo stare…però, tu avresti potuto anche imparare a rilassarti un po’ di più con me…non ero e non sono un orco…
-Me ne hai dato il tempo?
-Già, hai ragione…
-Udite udite…mi stai dando ragione! Non ci credo.
-Adesso ti ho capita.
-A distanza?
-Ricominciamo?
-???
-A non capirci…
-No, davvero. Adesso abbiamo maturato un po’ d’esperienza. Ti ho capito anch’io.
-Bene.
-Bene.
-E adesso?
-Adesso cosa?
-Cosa facciamo?
Cosa potrei rispondergli? Per me le storie che si chiudono si chiudono. La vita è andata avanti, sono successe tante cose ad entrambi: come si fa ad azzerare tutto?
Chiedo l’unica cosa che non si dovrebbe chiedere mai ad un uomo.
-Tu cosa vorresti?
Ci guardiamo. Rivedo quegli occhi liquidi dai colori cangianti che per tanto tempo mi hanno guardato da una foto. E’ combattuto, lo so e, conoscendo la sua natura orgogliosa, immagino benissimo che siamo ricascati nei nostri soliti cliché: io provoco ( a volte, inconsapevolmente), lui si ritrae, poi mi offende (a volte, inconsapevolmente).
Sarà diverso stavolta?

24 settembre 2011

Una voce dal passato (remoto) - Seconda puntata

Il mio telefono non è che squilli molto, ultimamente.
Ci sto facendo l’abitudine, ma a volte, avverto il peso della solitudine e, si sa, la solitudine è la madre di tutte le cazzate.
Tant’è che il famoso mercoledì diventa martedì, inaspettatamente.

Driiiinnn!!!
-Pronto?-
- Ma non abiti più qui?
-….-
- Vita, guarda che io sono sotto al tuo portone e sto bussando da cinque minuti.
- E’ troppo pretendere che tu attenda un invito, prima di presentarti? E poi avevi detto mercoledì! Potrei anche avere un impegno, ti pare?
- Ce l’hai?
-…-
-Dai, vieni giù e andiamo a cena…
-Ehm…a dire il vero non abito lì, momentaneamente…
-…-
Per una volta rimane senza parole.
- Che faccio me ne torno a Roma?- sta bluffando, dovrei dirgli di sì.
- Vorresti dire che ti sei fatto davvero tutti questi chilometri per me e che il lavoro non c’entra?
- Parliamone vis à vis…
- Vabbè, tanto ormai ci sei. Ma ti tocca attendere mezz’ora.
- Gulp!
- La prossima volta impari a fare le improvvisate!
- Tu hai interrotto la conversazione, ricordi?
- Non che tu abbia richiamato!
- Vabbè dai, vada per la mezz’ora. Dove ti vengo a prendere?