Dove anche i muri hanno orecchie e, dietro alle tendine accostate, si nascondono mille occhi curiosi, avidi di conoscere la succulenta novità di passi inusuali su un selciato che non è quello che uno ricorda, avendo subito la mano del tempo che lo ha rinnovato in disaccordo con la sua storia e, per questo, privo di armonia e di quella patina fascinosa capace di proiettare all’indietro persone e situazioni come in un dejà vu, ci inerpichiamo per le stradine strette, cercando di penetrare i segreti di un medioevo non ancora del tutto estinto.
Con l’unico chiarore della luna, con l’umido che sale dal fiume, tra le erbacce che colonizzano le pietre con prepotenza a dimostrazione che possono essere più forti della debole volontà di qualcuno, con la mole imponente e tozza di una chiesa romanica dominante la valle a monito per il visitatore occasionale, con i piedi fermati appena a pochi passi dai dirupi e il risuonare dei tacchi per questi vicoletti dagli altisonanti nomi dei personaggi storici più noti o di qualche gloria locale a me sconosciuta, si svolge ai miei occhi una storia, quella di un bimbo che in quegli stessi vicoli si sbucciava le ginocchia correndo a inseguir galline e che, girata quella curva stretta e passato quell’arco, andava alla prima classe elementare in una casetta dal portale in pietra.
E, come sul set di un film, la notte si illumina a giorno, cala la luna e il sole si alza, le donne invadono i vicoli coi lunghi grembiuli bianchi macchiati di vita e con le chiacchiere acute del primo mattino e gli uomini, dai vestiti severi, partono per i mestieri, magari lontano, nel Nuovo Mondo, magari per scappare da un destino già scritto, statico e privo di sorprese.
Un altro tempo, un’altra storia, un sapore di Novecento ormai andato, forse indistinto nella mia mente, ma, ormai, irrimediabilmente andato. E un paesetto affascinante ormai terribilmente destinato, nell'attesa, al silenzio delle pietre perché nessuno è più tornato.
17 maggio 2008
Nella terra delle favole
16 maggio 2008
15 maggio 2008
Bon ton da teatro
Tanto per essere pedanti…
Andate con la vostra migliore amica allo spettacolo messo su dai vostri vecchi insegnanti di canto con gli allievi di un liceo classico tra i più in della città.
In sala, genitori degli attori in erba e compagni che non hanno scelto come attività parallela quella del coro.
Lo spettacolo finalmente comincia ma lo schiamazzo non diminuisce, supportato anche dal fatto che la musica e il canto sono amplificati da un impianto potente.
Alle vostre spalle, adolescenti femmine su di giri con voci più acute della musica; al lato, sempre nella fila di dietro, un altro gruppetto di ragazzi che parlano, un po’ meno su di giri, ma comunque fastidiosi. Di fianco, nella stessa fila, un padre che si alza a piacimento e che si sporge letteralmente su di voi, senza ritegno e senza chiedere permesso, per parlare con sua moglie seduta nella fila davanti, la quale, dal canto suo, lo rimprovera per essersene andato a mangiare una pizzetta invece di contemplare il gioiello (suppongo) del figlio, mentre lo spettacolo sta cominciando. Lo stesso uomo risponde a più riprese ad un cellulare impazzito con la discretissima suoneria musicale (un rock, credo) sparata a tutto volume, finché si alza ancora, forse per rispondere all’amante, chi sa.
Qualcuno vuol dire a questi attori mancati che lo spettacolo è nell’altra direzione e, cioè, sul palco?
Voi e la vostra migliore amica ci provate ma non sortite alcun risultato e dire che, quando eravate alle elementari, vi insegnavano il momento in cui applaudire e il momento in cui non è opportuno durante i concerti.
Per concludere con la ciliegina sulla torta di una preside affetta da logorrea verbale cronica e senza speranza e, sulle sue belle parole autoincensanti, nella caciara generale, rinunciate voi stesse al bon ton aumentando il baccano con le vostre risate tra il disperato (povera società gretta e rozza) e il rassegnato.
12 maggio 2008
Donne da passerella
Mentre vado a pagare l’immancabile bolletta sull’orlo della scadenza, incrocio una ragazza. Piccoletta di statura, ma slanciata di ossatura, tutta in beige, intonata e preparata da sfilata a mezzogiorno, con un biondo frutto del sapiente lavoro del parrucchiere, tanto è innaturale, e le buste della spesa nelle mani.
Io, invece, paio di jeans (non che abitualmente li ami o li indossi, ma con questo tempo non so mai che mettere), maglietta di cotone blu su maglietta di cotone bianco, scarpe sportive molto vissute, giacca di pelle chiara e borsa dello stesso colore. Bruna naturale con le punte impazzite causa umido, liscia da parrucchiere, perché il mio è un riccio ribelle. Di corsa. Certamente con calli ai piedi post escursione, …però, ci ho lo smalto alle unghie delle mani.
Perdonate il dettaglio, ma è necessario per capire lo stato d’animo, dato che i piedi influenzano eccome l’umore…
Ci incrociamo e la guardo distrattamente dall’alto del mio metro e sessantasette (c’è chi vocifera sia un metro e sessantacinque, ma non ci ho mai creduto).
Lei alza il mento e assume una posa…definiamola…plastica: testa dritta, molleggio sulle gambe, labbra in fuori nel tipico broncio da calendario Pirelli, sguardo intenso da obiettivo fotografico. Della serie spostati che qua è territorio mio.
Accidenti...
Con le buste della spesa.
Mi giro per vedere se ci sono uomini in giro. Non ne vedo.
… che aggressività.
Ma dico io: perché la tv continua a proporre modelli di donne stratosfericamente fatali?
Forse che la normalità non è più bella e, certo, più facile da vivere e da gustare?
Perché ogni donna desidera essere qualcosa che è frutto di costruzione altrui piuttosto che il risultato di un proprio percorso individuale sulla strada della propria sicurezza?
Perché, per quanto si sforzi, ogni donna finisce per costruirsi solo e soltanto per piacere ad uno o a più uomini?
Tutte queste domande e mille altre mi frullano per la testa, a volte provo anche tenerezza, altre fastidio.
Questione di un secondo e, mentre ci incrociamo, mi arriva alle narici un profumo dozzinale che smorza tutta quell’aura sapientemente creata e ringrazio, invece, nonostante i calli, di aver spruzzato un po’ del mio Allure dietro alle orecchie.
Sta per cominciare a piovere, devo correre o anche il resto delle punte impazzirà prima di stasera.
10 maggio 2008
Piccola onda di dolore
Inaspettata mi coglie in un momento di gioia e d’improvviso sento gli occhi liquidi.
No, proprio adesso non vorrei, davvero. Se c’è un momento così poco opportuno è questo.
Un dolore traditore, di quelli che bisogna tenere seppelliti giù in fondo, in fondo in fondo, perché troppo delicato, vergognoso, perché possa affrontare il giudizio di un’altra mente. E al cuore non arriva.
Mi alzo in silenzio, vado in un’altra stanza nel buio, mi rannicchio su me stessa, aspetto che passi da sola; ormai, ho imparato a conviverci.
E, infatti, dopo un po’ ritorna in buon ordine nel suo angoletto remoto, sapendo bene che subisce una grave ingiustizia, ma capendo perfettamente che non sono io ad infliggergliela.
Questo è l’ordine delle cose. Come devono essere. Come devono andare.
La direzione non gliela diamo mai noi.
09 maggio 2008
Il Sentiero degli Dei, un anno dopo
Conclusioni
Il giorno dopo, Dada mi chiama e, dopo un lungo excursus su argomenti di varia natura, si arrischia con molta circospezione a chiedere come stia.
-Uhm, benissimo…-rispondo- certo, affaticata e con un gran sonno residuo, ma ho i muscoli piacevolmente sciolti. E tu?
-Ohi, ahi…sono a pezzi!
Come al solito, le ho dato il consiglio di fare un po’ di stretching e mi ha risposto sì, ma poi…
Insomma, i motivi per i quali amo le escursioni e riesco a vincere un po’ la pigrizia sono tutti qui, tra queste righe: il piacere del sentiero, immersa nella natura e nel silenzio, la totale assenza di città attorno a me, la consapevolezza del limite e lo scaricare lo stress fisico, il senso della fatica del corpo, la piacevolezza del muscolo che prima resiste e poi cede alla volontà, l’azzeramento totale delle attività di pensiero a favore delle attività dell’istinto come il respiro.
Per tutto questo e per molto altro che vorrei essere capace di trasmettervi ma che risulta impossibile se non avete mai provato, vi invito a farlo quanto prima. Non ve ne pentirete e sono sicura che anche nelle vostre regioni ci siano dei posti meravigliosi come questo.
E poi scrivetemi!
07 maggio 2008
Domenica mattina, parte prima…
Superato il panico della preparazione dei panini per quattro persone, alle sette del mattino, e del leggero ritardo conseguente, dovuto anche alle sollecitazioni telefoniche a Dada, gli Amicini ed io partiamo alla volta di casa della mia amica che, a dirla tutta miracolosamente, è pronta e mi rimprovera di averla fatta attendere.
Sì, vabbè…
Puntualissimi arriviamo nella piazza di Bomerano e, dopo aver espletato le funzioni…ehm…fisiologiche e aver atteso l’arrivo di tutto il gruppo CAI di Potenza, partiamo alla volta del sentiero, sotto un sole che, già di primo mattino, spacca le pietre.
Dada, tutta baldanzosa, pare un capriolo di montagna.
Rilassati, che il cammino dura sette ore…
Vabbè…
-A che ora sei andata a letto ieri sera?- faccio io.
-Oltre le due.- risponde, alla faccia delle raccomandazioni. E lasciamo perdere la storia della crema solare.
Gli Amicini, zaino in spalla, raccomandano di partire col gruppo di testa per avere più tempo per riposare durante le soste. Raccomandazione subito disattesa per aggregarci alla guida che chiude il gruppo. Dopo un po’, Dada ci doppia, Giuseppe la segue, mentre io resto in coda con Arturo. Intorno a noi la pace totale: il canto degli uccellini, come non lo ricordavo fin da bambina; i fiorellini che spuntano tra le rocce; la vegetazione e, sotto di noi, il mare come una tavola, calmo e puntellato di barche che lasciano le loro scie bianche e provocano in noi il desiderio di tuffarci a volo d’angelo dalle pareti rocciose. Sulle nostre teste, un cielo talmente limpido, come si vede solo nelle cartoline, e un sole che ben presto diventa caldissimo. Le foto qui.
Qua è là, mentre mi sciolgo nel camminare, i miei passi hanno qualche incertezza, allora mi chiudo nel mio mondo silenzioso, mi metto in sintonia con il terriccio, con le foglie, con le pietre, con quell’alito di brezza che, di tanto in tanto, soffia a rendere piacevole la strada, col profumo di un arbusto di rosmarino che incontriamo casualmente e lascio vagare lo sguardo, sollevandolo finalmente dai miei piedi timorosi. E sento che il senso del mio limite si sposta appena un po’ più in là.
Passo dopo passo, i respiri si fanno profondi, la consapevolezza della mia posizione, sul sentiero, tra gli altri, nel mondo, il mio peso, lo spazio che occupo diventano una condizione dominante.
E Dada dov’è?
Ammazza, sta con la guida del gruppo di testa!
Per essere la sua prima escursione niente male…
Tocca riprenderla!
Mollo le considerazioni filosofiche, assecondo un certo senso della competizione, stacco Arturo, impegnato in una discussione su connessioni internet wi fire, antivirus e trojan, programmi di compressione e simili, e mi lancio (si fa per dire…) all’attacco, per rimontare dalle retrovie fin alle prime posizioni, rischiando l’osso del collo.
Sì, vabbè, esagero si sa…tanto Dada ad un certo punto si ferma ad aspettarmi.
E finalmente arriviamo a Nocelle e aspettiamo la corriera per scendere a Positano.
E vabbè: che vergogna e vergogna! L’anno scorso ho fatto pure i milleottocento gradini, uno ad uno, non uno di meno. Quest’anno non mi è sembrato opportuno e Dada è stata d’accordo, ma pure Giuseppe e Arturo.
A questo punto, il nostro limite è rinsavito ed è tornato al suo posto!
Però, poi, gli Amicini hanno deciso che al contrario e, cioè, in salita, i milleottocento suddetti si potevano sperimentare.
Loro.
Noi no.
Così, li abbiamo aspettati alla fontanella di Nocelle.
Il primo a comparire è stato un Arturo gongolante perché aveva superato pure le guide.
-Non vale, ti sei dopato con la Redbull!- faccio io.
-Già, e poi ci hai lasciato il tuo zaino…-rincara Dada.
Intanto, noi due ci siamo riposate e siamo pronte a ripartire facendogli mangiare la polvere.
